l’ imprevisto è una forma di dittatura e chi la esercita vorrebbe passare da galante. «Ho avuto un imprevisto» è diventato, per troppa gente, il passatempo, il lasciapassare per fare del tempo degli altri quello che vuole. Lo pronunci e pensi di aver sistemato tutto: l’appuntamento salta, la promessa decade, qualcuno dovrà riorganizzarsi e dovrà farlo senza disturbarti, perché hai già la tua complicazione da gestire. Poco importa che si sia liberato dal lavoro, abbia rinunciato a un altro incontro, attraversato la città o preparato qualcosa per te. Il tuo imprevisto arriva e pretende di comandare sulla sua giornata. E guai a manifestare disappunto: rischia di diventare lui quello rigido, quello che non comprende, quello che se la prende per niente.
Prima gli sconvolgi i programmi, poi gli chiedi anche di sentirsi in difetto per avertelo fatto notare. È questa pretesa a essere intollerabile: trasformare una propria difficoltà in un ordine al quale gli altri dovrebbero obbedire. Nessuno è veggente, nessuno può prevedere una malattia improvvisa o impedire che accada un’emergenza. Ma qui parliamo di chi ha fatto dell’imprevisto un’abitudine e dell’altrui comprensione una risorsa da sfruttare fino all’esaurimento. Di chi prende impegni con una leggerezza disarmante, salvo diventare pesantissimo quando gli si chiede di mantenerli. «Non ho previsto» dovrebbe qualche volta significare: ho calcolato male, sono stato distratto, ho promesso più di quanto potessi sostenere. Assumersi questa responsabilità richiede di scendere dal piedistallo dell’innocenza e riconoscere che il disagio provocato a qualcuno ci riguarda.
Molto più comodo chiamare in causa il destino e presentarsi come vittime di una giornata che, guarda caso, saranno soprattutto gli altri a pagare. C’è chi riempie l’agenda fino a farla scoppiare e si compiace della propria efficienza, senza vedere che sta organizzando una catena di inadempienze. Si attribuisce il valore di una persona molto richiesta mentre distribuisce agli altri il costo della propria incapacità di scegliere. Ogni sì aggiunto senza criterio contiene un appuntamento che verrà sacrificato, una persona che aspetterà inutilmente, una scusa già pronta a entrare in scena. C’è poi chi non sa dire di no a chi ha davanti e diventa improvvisamente capace di negare tutto a chi è lontano: tempo, attenzione, parola data. Il presente ingombra, insiste, fa pressione; l’assente può essere spostato.
E così la priorità finisce per andare a chi si impone di più, mentre chi si è fidato viene retrocesso. La correttezza diventa una debolezza della quale approfittare. Analiticamente, l’imprevisto può anche offrire riparo a una resistenza: un incontro mette paura, un confronto è scomodo, un cambiamento richiede di abbandonare una posizione nella quale ci si è accomodati. Sopraggiunge un contrattempo e lo si accoglie con un sollievo che meriterebbe di essere ascoltato. Finalmente si può rimandare senza dichiarare che cosa si sta evitando. La circostanza ci presta una giustificazione e noi la lasciamo parlare al posto nostro. Ma la comprensione di un meccanismo inconscio non autorizza a lasciarne le conseguenze sulle spalle di chi ci aspetta.
Chi impone questa sospensione si prende una libertà che sottrae a qualcun altro. E spesso non avvisa nemmeno, pur potendo farlo, perché considera il proprio affanno più importante della possibilità altrui di organizzarsi. Un messaggio richiederebbe pochi istanti, ma perfino quegli istanti sembrano un investimento eccessivo per la persona lasciata ad aspettare. Il tempo le viene rubato due volte: perde quello riservato all’appuntamento e quello che continua a tenere prigioniero nell’eventualità che qualcuno si faccia vivo. Tu intanto non cominci nulla, non ti allontani, non prendi un altro impegno, perché potresti essere chiamato proprio allora.…