
Ex Ilva si ferma, Cassazione rigetta ricorsi contro stop area a caldo
In 70 pagine di sentenza, la Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, mette la parola fine sull’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, quella costituita da cokerie, altiforni e acciaierie. Sono stati infatti rigettati i ricorsi che Acciaierie d’Italia e Ilva hanno presentato ad agosto contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto la fermata dell’area a caldo poiché inquinante e dannosa per la salute. Area a caldo che nei giorni scorsi, avvicinandosi la scadenza (25 ottobre) del decreto dei giudici di Milano, scadenza poi prorogata al 15 dicembre con l’ultimo decreto legge sull’ex Ilva, era stata comunque messa in preriscaldo. Ovvero, zero produzione e impianti solo alimentati dal gas preso dall’esterno. In base a questa condizione, Acciaierie ha anche avanzato una richiesta di cassa integrazione straordinaria per 8.622 unità su un organico di 9.626. Adesso questi impianti, in base al decreto della Corte d’Appello di Milano che resta quindi in vigore, dovranno essere definitivamente fermati. L’area a caldo é la parte più grande dell’ex Ilva di Taranto e anche quella dove ci sono più occupati.I giudici sottolineano che "l'accertamento svolto dai giudici di merito circa la sussistenza dei pericoli 'gravi e rilevanti' che impongono la sospensione dell'attività sia congruamente fondato sulle complessive risultanze istruttorie e informato al principio di precauzione, senza violare il principio di proporzionalità". Tra le motivazioni della decisione viene anche richiamata l'evoluzione della direttiva Ue 2024/2881 "relativa alla qualità dell'aria ambiente e per un'aria più pulita in Europa (riifusione)", che "fissa parametri ancora più severi in tema di particolato (PM10 e PM2,5), sia sotto il profilo qualitativo che sotto quello quantitativo". Il commento di Domenico Palmiotti, Il Sole 24 Ore Taranto. La Bce lascia i tassi fermi. Intanto la Lagarde annuncia che lascia nel 2027 La Bce ha lasciato i tassi d'interesse fermi: il tasso sui depositi resta al 2,50%, quello sui rifinanziamenti principali al 2,65%, quello sui prestiti marginali al 2,90%. La decisione era largamente attesa dagli investitori. "Le condizioni di finanziamento si sono inasprite dall'ultima riunione del Consiglio direttivo ed è probabile che questo inciderà sull'inflazione e sulla crescita". Lo dice la Bce in un comunicato dopo la decisione di lasciare i tassi invariati. "Sebbene lo shock energetico stia ancora manifestando tutti i suoi effetti, finora l'inflazione di fondo è rimasta sostanzialmente stabile e le retribuzioni non hanno reagito in maniera significativa in questa fase" sottolinea l'istituto centrale. Lagarde é francese e si vociferava potesse lasciare prima per impegnarsi nella politica del suo Paese nel difficile anno delle elezioni presidenziali. Ma é probabile che accetti invece l'incarico di presidente del World Economic Forum e succeda al fondatore, Klaus Schwab. Poco prima che arrivasse la decisione della Bce, la presidente della Bce, Christine Lagarde ha annunciato sui social che lascerà la guida dell'Istituto dal prossimo 7 febbraio. Secondo diverse ricostruzioni l’irritazione nelle cancellerie europee è palpabile: le dimissioni della presidente prima della scadenza naturale di ottobre sono considerate un regalo di Lagarde al presidente francese uscente Emmanuel Macron, che vuole evitare che il prossimo numero uno dei guardiani dell’euro sia scelto da Marine Le Pen, leader di destra del Rassemblement national e favorita nei sondaggi per le presidenziali del 2027. Sul possibile successore di Lagarde si sono cristallizzati due nomi, nella ridda degli ultimi mesi: gli ex governatori delle banche centrali olandese e spagnola, Klaas Knot e Pablo Hernandez de Cos. Entrambi hanno incontrato il cancelliere Friedrich Merz nelle scorse settimane. E per la Germania si pone il problema che pur essendo “l’azionista di maggioranza” della Bce, non ha mai espresso un presidente. Perciò Berlino sta puntando a conquistare la poltrona del capoeconomista o quella di consigliere con la delega sui mercati. Ne parliamo con Franco Bruni, professore emerito del dipartimento di Economia dell’Università Bocconi, dirige l'Osservatorio Europa e Governance Globale dell'ISPI. Mps, bocciato il piano Lovaglio: no all’Ops su BancoBpm e Banca Generali, addio alla fusione con Mediobanca L'assemblea di Mps ha bocciato la proposta di fusione tra Mediobanca e il Monte dei Paschi di Siena. La delibera, per la cui approvazione sarebbero serviti i due terzi dei voti, ha raccolto il voto contrario del 63,65% del capitale presente, quello favorevole del 32,91% mentre gli astenuti sono stati il 3,42%. Per effetto della bocciatura della fusione, non verrà trattato il secondo punto all'ordine del giorno della parte straordinaria, relativo alle scissioni legate alla fusione, mentre la discussione dei punti 4 e 5 è stata posticipata, in attesa di capire se l'assemblea, in sede straordinaria, intenda ridurre il capitale sociale. A questo punto è stata disposta dal presidente Cesare Bisoni una pausa di mezz'ora dei lavori assembleari. L'esito dell'assemblea segna una battuta d'arresto per la strategia di crescita attraverso acquisizioni e per l'integrazione societaria con Mediobanca, mentre resta da seguire l'evoluzione del risiko bancario e dell'offerta di Intesa Sanpaolo su Mps. Anche se Lovaglio ha sottolineato in assemblea che il voto "non e' il verdetto finale sul futuro del Monte", ma "solo un passaggio", ricordando che tra l'assemblea e l'obiettivo dichiarato da Intesa resta il vaglio dell'Antitrust. Inoltre Gli azionisti di Mps hanno bocciato anche l'offerta pubblica di scambio su Banca Generali, dopo aver fermato quella su Banco Bpm. I voti contrari sono stati pari al 90,9% del capitale presente, quelli favorevoli pari al 6,66% e gli astenuti pari al 2,41%. La bocciatura delle due offerte sancisce lo stop definitivo al piano dell'amministratore delegato, Luigi Lovaglio, per resistere all'offerta di Intesa Sanpaolo. Facciamo il punto con Luca Davi - Il Sole 24 Ore.

















